campioni colorati concetto pozzati

Giganteschi frigoriferi straripanti di frutta, di verdura, di tazzine di caffè. Uccelli fantastici dall’aria ipnotica. Reperti ellenici trasfigurati. Orologi coloratissimi che si intersecano e si fondono. Oggetti sognanti, astratti, brillanti. Soggetti paradossali. Apparenza lieve e allegra, talvolta pop. Ma significato profondo ed esistenziale. Insomma non c’è da sorprendersi se questo artista è stato definito un genio. Lui è Concetto Pozzati, classe 1935, figlio e nipote d’arte.

Di certo uno dei più grandi pittori viventi. Le sue opere sono nelle gallerie più prestigiose dei cinque continenti. E’ stato richiesto alle Biennali di mezzo mondo: Tokio, Parigi, Kassel, Venezia. Insomma, lui, Concetto Pozzati, è uno che nella vita ha corso sempre avanti e non ha mai avuto paura di rompere gli schemi (è stato spesso inserito nelle varie correnti di avanguardia che hanno attraversato il Novecento). Vive a Bologna. E di Bologna è innamorato.

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Maestro Concetto Pozzati, lei nella vita ha sempre fatto mille cose: pittore, grafico, artista, sportivo, insegnante all’Accademia, direttore di enti d’arte. Come dobbiamo definirla?

“Sono un pittore con tante attività parallele. Ma poi ogni esperienza, come in un movimento circolare, ritorna al punto essenziale, cioè all’attività di pittore e l’arricchisce. Adesso per esempio sto scrivendo moltisismo: di me stesso per alcuni cataloghi e poi prefazioni, presentazioni…C’è stato un momento in cui ho pensato che forse stavo disperdendo energie. Ma alla fine ho realizzato che ogni strada percorsa contribuisce a darti spessore. Anche l’essere stato un giocatore professionista di basket in serie A – nella Virtus Bologna poi ì nella Reyer Venezia – ha contribuito alla mia crescita artistica”

Il basket accostato all’arte, beh sembra una filosofia ardita.

“Eppure è così. Prendete gli schemi di gioco. Dal punto di vista estetico, essi hanno lo stesso schema concettuale dell’arte. Anche l’arte come un qualsiasi schema di gioco, si articola in tre tempi: immagine (cioè l’oggetto nella realtà), fotografia dell’immagine e il perché dell’immagine”.

Lei è stato chiamato a insegnare nelle Accademie di Belle Arti più importanti in Italia, a Firenze, Venezia, Urbino, Bologna. Che tipo di professore è stato?

Chiariamo subito per favore: io mi considero un insegnante, non un professore. Ci tengo molto a questa distinzione.

Perché, scusi, è diverso?

Enorme. Il professore si mette in cattedra: è un po’ trombone e un po’ barone. Non ascolta. Parla solo lui, la comunicazione è a senso unico. L’insegnante è diverso: scende dalla cattedra ed emotivamente si mette sullo stesso piano dei ragazzi: sa che in questo modo ci sarà uno scambio circolare di energie e di saperi. A fine lezione anch’egli ne uscirà arricchito di nuove conoscenze.

C.Pozzati

Facciamo un salto indietro: Bologna 1993-1996. A Palazzo d’Accursio l’assessore alla Cultura è Concetto Pozzati. La cosa di cui va più fiero?

“Di aver dato l’autonomia alle più importanti istituzioni culturali della città come la Cineteca e la Galleria d’Arte Moderna. Fin a quel momento questi enti artistici di grande prestigio dipendevano dal Comune. In pratica erano condizionati dal no dall’ultimo consigliere comunale che magari non sapeva nulla di arte. Assurdo. Oggi hanno un proprio direttore, un proprio consiglio di amministrazione”.

Che assessore è stato?

“Ahh…notti e notti passate a studiare. Studiavo fino all’ultima virgola non solo le mie delibere. Ma anche tutte quelle dei colleghi. Volevo essere pronto su tutto prima di prendere una decisione. E mattina

andavo a scuola a insegnare. Tante ore di sonno perso, ma per me quando si fa un lavoro, va fatto bene”.

La più grande delusione di quel periodo?

Eravamo in un momento di passaggio fra una giunta e l’altra e Bologna stava per diventare capitale europea della cultura (l’anno sarebbe stato il 2000 ndr). C’erano dei fondi a disposizione per allestire un cartellone di eventi e di celebrazioni. In genere in queste cose la filosofia è di coinvolgere (e di distribuire) un po’ tutte le realtà del territorio. Risultato: tante iniziative, però di poco conto. Io cosa ho fatto invece? Ho invitato a Bologna i rappresentanti delle capitali europee della cultura di quel periodo ( o in procinto di diventare tali ) da Praga a Santiago de Compostela. E ho fatto la mia proposta: invece di organizzare 40 eventi a testa, usiamo i soldi per organizzarne solo tre a testa, ma di grandissimo livello. Poi li rendiamo itineranti, cioè ce li scambiamo. In questo modo ogni città ospiterà per un anno appuntamenti di altissimo livello, una serie di mostre e iniziative di livello mondiale. Tutti hanno detto subito sì. Entusiasmo.

Come è finita?

“E’ stata bocciata”.

Da chi?

“No comment”.

Peccato…

“Un grande dolore perché avrebbe portato a Bologna milioni di visitatori. Sarebbe stata una visibilità enorme per la città”.

Lei ha dipinto tanto e venduto tantissimo. Ha mai avuto la curiosità di sapere dove è finito un certo quadro realizzato tanti anni prima?

“Oh no.. E per una semplice ragione. I mie i quadri che oggi sono un po’ in tutto il mondo sono tutti catalogati. O pe rlomenola stragrande maggioranza. Molto spesso sono gli stessi collezionisti o galleristi che mi comunicano di avere una certa opera. Ed esiste un archiviogenerale Pozzati. (www.archivioconcettopozzati.com) Quindi no, direi che questa curiosità non ce l’ho”

In questo numero si parla di prevenzione. Ma secondo lei Maestro Pozzati, esiste una forma di prevenzione, non solo per le malattie, ma anche per le sofferenze della vita?

“La pittura è entrambe le cose: è vita, ma è anche grande sofferenza. La pittura ha simultaneamente queste due componenti: gioia e sofferenza. Almeno per me è questo. E un’attività che comporta sofferenza, ma che dà senso e felicità alla vita”.

di Daniela Camboni

@danicambo

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